Reliquie

La foto è presa all’inizio di Via Pironi,  i resti del giardinetto erano quelli della gelateria Carrara, di fronte l’edificio era il Teatro comunale che fu demolito nel dopoguerra; più indietro la Villa Sani (poi Poluzzi).

carrara

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Warangel

Angelo Porazzi presentò il gioco nel corso del Cyberfest del 1999 a Bondeno e adesso a Lucca è uscito il suo libro di ricordi

https://www.amazon.it/Warangel-primi-ricordi-anni-Warangel/dp/8889713771/ref=as_li_ss_tl?s=books&ie=UTF8&qid=1541754316&sr=1-1&keywords=angelo+porazzi&&linkCode=ll1&tag=terzapaginain-21&linkId=b55d5fb328e4e60524c28cd168fb4416&language=it_IT

La grande guerra

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Uno dei fatti più drammatici che scosse le coscienze dei bondenesi fu senza dubbio la morte dei fratelli Armando ed Arrigo Saccenti deceduti il primo il 15 giugno 1918 sul Grappa a 21 anni e l’altro il 22 giugno 1918 sul Piave a 19 anni.
L’11 agosto dello stesso anno furono celebrate commosse onoranze funebri e il 4 novembre 1921 dai cimiteri di guerra le loro spoglie furono traslate nel cimitero di Bondeno ove tutt’ora si trova li cippo marmoreo che ricorda il toro sacrificio.

KODAK Digital Still Camera
Il Comune di Bondeno, quando assunse nel 1943 la gestione diretta della scuola media, decise di intestarla ai fratelli Saccenti. L’intestazione restò sino alla fusione della scuola media con quella di avviamento professionale “Teodoro Bonati” nel 1963 divenendo scuoia media unica con l’intestazione a Teodoro Bonati, così come è tuttora.
All’indomani del 4 novembre 1918 non mancarono anche a Bondeno le manifestazioni di gioia e molte furono le iniziative per festeggiare la fine del conflitto. In particolare nelle scuole ove furono distribuite le bandierine tricolori agli studenti e nelle scuole tecniche “Teodoro Bonati” fu scoperta una lapide marmorea riportante i! bollettino di guerra a firma del generate Armando Diaz.

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Cyberfest 99

Proseguiamo la rassegna dei filmati realizzati in occasione della seconda edizione del Cyberfest,  qui sul palco del cinema Argentina (demolito nel 2004) vedete i relatori del convegno di sabato 20 novembre: Franco Berardi (lo stato dell’arte della cybercultura); Alessandro Ludovico (direttore di Neural); Nicola Baldin (la fotografia digitale).
Accolto dall’applauso il prof.Girolamo de Michele che aveva invitato Berardi e anche alcune sue classi di Argenta, poi Paolo Giatti organizzatore del festival e il prof.Padovani (mio collega prematuramente scomparso) che colgo qui l’occasione per ricordare.

Allouin

Non ho mai avuto idea delle origini del carnevale macabro di fine ottobre a base di maschere e zucche scavate che gli americani chiamano Halloween e che ormai, come qualsiasi cosa americana, è conosciuto in tutto il mondo. Chiaro, abitando in un paesino di trentamila abitanti più venticinquemila studenti, è chiaro che ieri sera, passeggiando per Main Street (qui non ci sono piazze), ho visto diversi plotoni di giovani mascherati. Per i giovani ogni occasione è buona per far festa; ed è giusto così. Io, a dire il vero, nemmeno alla loro età amavo le mascherate e meno che mai quelle dell’orrore. Ieri sera abbondavano i veli neri, le teste bianche di cera, le maschere da scheletro e il trucco da testa di morto (con tanto di ossa ecc.). Confesso: anch’io avevo una benda nera all’occhio destro, ma solo per rilassare l’occhio dal dolore di un orzaiolo fastidioso che mi stanca da martedì scorso (oggi duole meno) e, togliendomi la convergenza dello sguardo, mi ha fatto rinunciare alla partita al biliardo del bar (ma non alla birra).

Confesso che rimpiango le vecchie denominazioni italiane: i Santi e i Morti (e l’adorabile Livella di Totò). E poi, l’autunno qui è bello di giorno. Le foglie diventano gialle, rosse, arancione e finché qualcuna rimane ancora verde la campagna si trasforma in un carnevale di colori. Il tempo è ancora mite e forse (forse) c’è da temere un inverno nucleare; ma visto che non posso farci gran che, almeno esco in bicicletta (che inquina sempre meno dell’automobile) e vado per la ciclabile dietro casa, il Norwottuck Rail Trail. Di solito arrivo fino a Hadley e salgo sull’argine del Connecticut all’ansa di West Street, che mi ricorda tanto quelli del Panaro e del Po. Oggi, però, scendendo dalla scarpata, invece di tornare subito a casa, ho girato a destra per una laterale chiamata Cemetery Road; c’ero stato altre volte e avevo visto un altro banchetto fiduciario di frutta e verdura (cf. “Come le lucciole” dell’ottobre 2012) e un piccola casetta di quattro stanze che, in altre condizioni finanziarie, comprerei senza pensarci due volte. Oggi mi sono spinto un po’ più avanti e alla mia destra ho trovato quello che il nome della strada prometteva: il cimitero.

È un bel cimitero di campagna, all’inglese: poche lapidi grigie, ben distanziate, alte al massimo ottanta centimetri e con più di un nome, e tanta erba attorno. Niente fiori o lumini; solo qualche bandiera americana (per i caduti in guerra, penso). Mi ci trovavo bene, in pieno sole, e passeggiavo volentieri, bicicletta a mano, per il vialetto a ferro di cavallo che andava da un’uscita all’altra. Sulle tombe più grandi c’erano più membri di famiglia, di cui non ricordo i nomi, ma solo le date: il padre (1841-1901), la madre (1846-1912) e il figlio (1875-1961, la stessa generazione del mio bisnonno). E pensavo che il padre, morto comunque presto, magari era stato coscritto durante la Guerra di Secessione, che la madre aveva visto le prime automobili e il figlio aveva conosciuto le grandi immigrazioni e le due guerre mondiali e quella in Corea. E pensavo che l’idea del ritorno dei morti viventi, degli zombie violenti e aggressivi, è solo il precipitato di un nostro senso di colpa.

Se i morti potessero tornare, probabilmente avrebbero solo voglia di parlare dei loro ricordi, magari seduti a tavola, senza disturbare troppo. O magari ci vengono a dire che ci arrabattiamo tanto e sbagliamo tutto. Lo so, lo so: la prima idea viene da una poesia di Giovanni Pascoli dai Canti di CastelvecchioLa tovaglia, la seconda dal terzo atto della nota commedia di Thornton Wilder Piccola città, che è proprio ambientato qui nel Massachusetts, in un posto chiamato Grovers Corner che non ho ancora visto (ma ce ne sono tanti così). E forse hanno ragione entrambi. Però oggi, leggendo le date della famiglia di cui dicevo, mi sarebbe piaciuto ascoltare le loro storie, vedere come avevano vissuto certi momenti della nazione e della vita; però, in barba a Halloween, non mi potevano fare visita da morti, anche se io ero lì da vivo. Averli conosciuti un tempo, magari; ma il figlio era già morto quando io sono nato e comunque è già tanto la nostra vita, quello che abbiamo visto e che vediamo, chi abbiamo conosciuto e conosciamo. Poi mi sono guardato intorno: i campi di Hadley sono molto belli, ampi, e alcuni sono tenuti bene come giardini; e c’è ancora qualche foglia gialla sugli alberi. E poi ho inforcato la bicicletta e sono tornato a casa.

No, niente lanterne macabre: con le zucche, mei faragh’ di caplazz.

http://americalbar.blogspot.com/2015/11/allouin.html

Nota: gli altri articoli di Andrea Malaguti (scritti per Bondeno.com) li trovate qui col tag A.M.

Musica e internet

E’ la prima rivista in Italia ad essersi occupata di cultura dei nuovi media, e una delle pochissime che non hanno dato forfait nel giro effimero di qualche stagione. E’ conosciuta fuori forse più che a Bari, dove è nata nel ’93 e dove ha sede la sua piccola redazione autogestita (formata oggi da quattro “volontari”, tutti baresi: Aurelio Cianciotta, Miky Ry, Michele Casella, Gregoriana La Barile). Da qualche anno si è anche sdoppiata, con l’ istituzione di un sito Internet. Parliamo di “Neural”, una pubblicazione molto attiva, grazie soprattutto all’ entusiasmo del suo fondatore, Alessandro Ludovico: 32 anni, originario di Taranto, precoce esperto di musica in rete. I riconoscimenti internazionali non mancano. A raccontarcelo è lo stesso Ludovico. Siete appena tornati da un convegno in Svezia, come è andata? Abbiamo avuto uno scambio interessante con altre pubblicazioni “periferiche”: rispetto al grande mercato o perché prodotti di nicchia, o per le modalità di produzione e promozione fuori dai grandi circuiti editoriali. Eravamo gli unici italiani. Ma com’ è impostata Neural? E’ divisa in tre sezioni: “Activism”, che è la parte più politicamente impegnata; “Musica”; “Nuovi Media”. All’ inizio eravamo più legati alle questioni teoriche e al campo musicale. In questo momento teniamo conto maggiormente delle contaminazioni tra ambiti creativi. Quali sono le difficoltà incontrate? Innanzitutto la lontananza dai centri mediatici. Poi la scarsa possibilità di pensare a sviluppi concreti, in una situazione in cui sia la comunità artistica che il mercato tecnologico devono ancora capire cos’ è questo strano oggetto elettronico, se si può esporre in un museo, se si può vendere. Molte riviste nate in Italia sulla scia della curiosità verso le nuove tecnologie, non ce l’ hanno fatta. Qual è la ricetta per non soccombere, anche senza grandi sostegni economici? Oggi chi sta a galla deve avere un mercato pubblicitario che lo sostiene. Oppure ha un modello che spara più alto che può sui contenuti: come abbiamo sempre fatto noi. D’ altra parte l’ apertura del sito – http://www.neural.it – nel ’97, ci ha dato visibilità maggiore: oltre il 40% dei nostri contatti viene infatti dall’ estero.

ANTONELLA MARINO

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/05/14/musica-nuovi-media-la-sfida-on-line.html

Dicembre a tutto Uac

dic2010

Bass on Titles

L’arte di Saul Bass nei 50 anni di Psycho

di Massimo Malaguti

Che cosa hanno in comune aziende come Kleenex, Minolta, United Airlines e films come Psycho (1960) di Alfred Hitchcock oCasino (1996) di Martin Scorsese? La risposta sta nella origine comune della loro “identità”: la loro immagine presso il pubblico è il frutto della capacità creativa di un grande protagonista della grafica del ‘900, Saul Bass.

La sua arte si è esercitata nell’ambito della comunicazione aziendale, con la creazione dei marchi e dell’immagine coordinata di importanti aziende multinazionali, ma la sua fama internazionale deriva dalla attività di geniale ideatore dei titoli di testa di alcuni dei più celebri film del secolo scorso.

Per comprendere quale sia stata l’influenza esercitata da Bass nell’industria della comunicazione e, più in generale, nell’industria culturale del ventesimo secolo, bisogna risalire alla fine degli anni ’40.

I titoli di testa dei films servivano allora unicamente ad accogliere i ritardatari in sala, tanto che le luci venivano effettivamente spente dopo il loro scorrimento. D’altra parte, la fruizione dello spettacolo cinematografico allora aveva (e in Italia sarà così perlomeno sino agli anni ’70) modalità decisamente legate all’intrattenimento popolare: il pubblico “andava al cinema” prima ancora che “a vedere un film”.

Nel 1948 il Governo Federale USA aveva emanato una legge che impediva alle grandi “majors” hollywoodiane di detenere sale cinematografiche in cui proiettare solo i propri films (come nel caso di Paramount). Questa legge favorì il nascere di piccole ma ambiziose case di produzione indipendenti che, non potendosi permettere dipartimenti interni dedicati al design ed alla grafica, ricorrevano per la realizzazione dei titoli di testa a consulenti esterni. Nello stesso periodo i titoli di testa andavano assumendo una importanza crescente: lo spettacolo cinematografico in America era infatti entrato in competizione con la televisione, ed era quindi alla ricerca di offrire agli spettatori una esperienza di intrattenimento che presentasse elementi diversi e nuovi rispetto a quella televisiva.

L’opera di Saul Bass si inserisce in questo contesto: la sua visione del film come “prodotto” cui assegnare un marchio ed un “logo” distintivo deriva dalla sua formazione di designer grafico. Nasce così l’ “identità” di film come Anatomia di un omicidio o L’uomo dal braccio d’oro di Otto Preminger, per cui Bass disegnò il famoso “braccio” contorto e stilizzato la cui immagine campeggiava in primo piano sui manifesti dell’epoca, “rubando la scena” (fatto inaudito per quei tempi) ai volti dei protagonisti Frank Sinatra e Kim Novak.

La capacità di Bass di introdurre lo spettatore nella “tensione” del racconto cinematografico suscitò una vera e propria rivoluzione nel mondo del cinema: Bass fu il primo “titolista” ad essere accreditato nei titoli di testa stessi. “Titles by Saul Bass” divenne il segno distintivo di molti films di grande successo, mentre sulle “pizze” delle pellicole cominciava a comparire un messaggio direttamente indirizzato al proiezionista che diceva: ”Spegnere le luci in sala prima dell’inizio dei titoli di testa”.

Un esempio famoso di questo approccio “evoluto” all’intrattenimento cinematografico è rappresentato da Psycho di Hitchcock, di cui ricorre quest’anno il cinquantenario, per cui Bass disegnò i titoli di testa (musicati da Bernard Hermann) e ideò lo storyboard della famosa “sequenza della doccia”.

“Nessuno spettatore sarà ammesso in sala dopo l’inizio del film”: così recitava il messaggio che accompagnava i manifesti e la comunicazione pubblicitaria di Psycho. L’opera di Saul Bass contribuì a definire gli elementi specifici del prodotto cinematografico, dal punto di vista della “identità”, della comunicazione e della fruizione, e a determinare così la vera e propria forma compiuta della più importante espressione dell’industria culturale del ‘900.

Bass on Titles è il titolo di un seminario, a cura di Massimo Malaguti, che si terrà venerdì 3 dicembre alle ore 21 presso la Sala Conferenze “azzurra” in Via Matteotti 10 a Bondeno.

https://bondenocom.wordpress.com/2010/11/29/i-titoli-di-saul-bass/

Città e territorio

Zygmunt Bauman e Saskia Sassen al Città territorio Festival di Ferrara
Data: Venerdì, 18 aprile 2008 alle 05:40:30 CEST
Argomento: Attualità
Ai blocchi di partenza il Cittàterritorio Festival di Ferrara
Dal 17 al 20 aprile si discuterà di centro e periferia. Quattro giorni di incontri con
nomi di spicco internazionale per ragionare del vivere comunitario
Avrà il via giovedì prossimo e si protrarrà per 4 giorni il Cittàterritorio Festival di Ferrara. Per la prima volta il tema della città sarà oggetto di un’appassionata riflessione pubblica da parte di esperti di discipline eterogenee: dagli architetti agli storici, dagli urbanisti agli economisti, dai geografi, agli studiosi di estetica, dai sociologi agli antropologi, dai geologi agli agronomi, fino agli scrittori e ai poeti. Non il solito vecchio convegno, ma una grande occasione di incontro in cui i protagonisti a livello mondiale, ma anche giovani e personalità emergenti, getteranno uno sguardo inedito sulla realtà urbana del terzo millennio.
Promosso da Comune di Ferrara, Regione Emilia-Romagna, Università di Ferrara, luav di Venezia e organizzato da Laterza Agorà e Ferrara Fiere, con il contributo di ENI in qualità di sponsor principale e di Fondazione CA.RI.FE., UniCredit Group, Agenzia del Demanio, Ferrovie dello Stato, AnsaldoEnergia, Parsitalia, LegaCoop-Emilia Romagna in qualità di sponsor, il festival durerà tre giorni, da venerdì a domenica, con inaugurazione il giovedì pomeriggio.
Tema di questa prima edizione: Centro e periferia. Fino ad alcuni decenni fa città
e territorio designavano concetti e relazioni stabilmente acquisiti. Non è più così:
proprio mentre nel mondo la popolazione urbana ha superato quella rurale, su cosa sia città e cosa non lo sia si è andata addensando una nebulosa che ha sovvertito un ordine di pensiero che pareva indiscutibile. In parole semplici, la città non ha più bordi definiti che la contengano. La città si è dispersa e con essa sono cambiate anche le nozioni di centro e periferia.
Quali oggetti siano le città che si gonfiano di residenti e cosa esse diventino lo raccontano gli slum di Kinshasa, di Lagos, del Cairo o di Città del Messico in cui gli agglomerati urbani attraggono popolazione pur avendo perso tutte le loro caratteristiche tradizionali. Ma anche le grandi metropoli multiculturali, come New York, Londra, Parigi o Berlino, che sempre più sono centri di ricerca e innovazione, nodi essenziali di reti che legano territori locali a realtà transnazionali.
Chi governa questi fenomeni? La politica o il mercato? E che cosa accade nella città se questa assume anche la caratteristica di essere il terminale o lo snodo di una rete globale? In questo contesto come si inquadrano i centri storici e le periferie tradizionali? Che ruolo ha il welfare? Quale lo sviluppo, con quale energia e quale sostenibilità? La città è diventata un punto essenziale nell’agenda politica ed economica di una classe dirigente che aspira a governare i cambiamenti, invece che subirli.
Le quattro giornate ferraresi saranno scandite da appuntamenti divisi per format che aiuteranno il pubblico ad orientarsi tra i numerosi incontri. Capiterà così che nella sezione Orizzonti potremo, ad esempio, ascoltare il contributo di Bernardo Secchi, tra i più autorevoli urbanisti contemporanei, sulla natura e il destino della città del XXI secolo. O quello di Zygmunt Bauman o della sociologa Saskia Sassen sul ruolo della città nell’economia globale. Ma potremo tuffarci nelle città del passato — con la sezione Nella storia – accompagnati da Andrea Carandini o Joseph Rykwert, e poi tornare all’attualità – sezione Presa diretta – per entrare nel vivo di grandi e piccole battaglie per la tutela del paesaggio attraverso il reportage narrativo o la testimonianza dei suoi protagonisti. Inoltre, ci saranno i Forum dove verranno affrontati, da punti di vista differenti, i temi della politica del territorio oppure la sezione Parole chiave per capire il linguaggio di chi deve governare la città e i suoi processi, e poi ancora i laboratori per bambini e ragazzi, la musica, le rassegne cinematografiche sul tema della città.

dall’Archivio di Bondeno.com

All’inizio fu il Cyberfest

Come anche il resto di questo blog, questa non è semplicemente un’operazione nostalgica: cerchiamo di individuare (ripercorrendo la cronaca di bondeno.com) i punti nodali e le cause della involuzione che ci ha portati alla situazione attuale.

Lo sviluppo di un territorio avviene quando ricerca e innovazione procedono di pari passo e personalmente credo che il motore sia e debba essere la politica; per ragioni ampiamente enunciate in altri blog, in questi 20 anni c’è stato l’affermarsi dell’antipolitica e degli interessi esclusivamente commerciali immediati.

Gli strumenti di distrazione di massa, a livelli sempre più elementari, hanno fatto il resto.

Ad ogni modo, fu proprio in questa edizione che Stefano Masini, socio fondatore di Araba Fenice e di EMMECIQUADRO (in Via Armari a Ferrara) annunciò la costituzione del sito bondeno.com in cui trovò poi posto la testata giornalistica, ancora operativa, assieme ad altri sottodominii:

bondeno