Che scuola fare?

Data: Lunedì, 18 dicembre 2006 alle 12:44:58 CET Argomento: Scuola
Una parte delle famiglie italiane, in questo periodo, si trova a dover scegliere il tipo di scuola superiore per il figlio/a frequentante attualmente la terza media; qualcuno di loro ha rivolto anche a me la stessa domanda, pur nella coscienza che, comunque, alla fine avrebbe assecondato il figlio nelle sue scelte qualsiasi esse fossero.
In effetti, in tal modo, si evita di vedersi addossate colpe in caso di cattiva riuscita scolastica, ma pretendere che a 14 anni si possa scegliere con cognizione di causa è quantomeno utopico.
Fortunatamente per loro, questo genere di scelta non ha conseguenze radicali, sia
perché l’attuale ordinamento di studi fa ampio uso di “passerelle” per chi voglia
modificare in seguito il suo orientamento, sia perché, in fondo, tutte le scuole si
equivalgono (in teoria).
Allo stato attuale delle cose, infatti, i fondi (pochi) sono, pro capite, più o meno
equivalenti; gli insegnanti vengono assegnati sulla base di graduatorie basate
sull’anzianità di carriera; le difficoltà del curriculum sono state praticamente
azzerate dalla pratica dei corsi integrativi e da un esame finale equivalente a
quello di terza media di un tempo: commissione interna, due scritti, ricerchina
interdisciplinare.
Così, dal punto di vista di un ragazzo, la scelta avviene in base al criterio di
prossimità inversa della scuola (meglio lontano dagli occhi dei genitori) e di rapporti amicali (mantenere unito il gruppo).
In effetti, in tal modo, si evita di vedersi addossate colpe in caso di cattiva riuscita scolastica, ma pretendere che a 14 anni si possa scegliere con cognizione di causa è quantomeno utopico.
Fortunatamente per loro, questo genere di scelta non ha conseguenze radicali, sia
perché l’attuale ordinamento di studi fa ampio uso di “passerelle” per chi voglia
modificare in seguito il suo orientamento, sia perché, in fondo, tutte le scuole si
equivalgono (in teoria).
L’idea che la scuola debba fornire istruzione, possibilmente ai fini di un
inserimento lavorativo (studio come investimento), non passa ormai più nelle
menti di nessuno; infatti tutti sanno (o percepiscono) che le conoscenze che
contano, ai fini economici, sono quelle delle persone “giuste”, che devono già
essere nell’ambiente familiare, e non certo le conoscenze intellettuali che
dovrebbe fornire la scuola.
Questo italico sistema di “padrinato” ha come conseguenza che quando Agnelli o
Berlusconi devono farsi visitare vanno negli USA, non perché, come affermava
Agnelli, qui non ci siano bravi medici, ma perché o non si sa dove sono o non sono
supportati da una struttura adeguata.
Naturalmente quello che vale per i medici, vale anche per qualsiasi altra
categoria professionale, insegnanti compresi, per cui una scelta ponderata della
scuola (o clinica o studio, o università o qualsiasi altra cosa) in Italia è
impossibile.
Allora, per tornare al punto di partenza, che consiglio si può dare a un giovane,
sapendo che, proprio perché giovane, non lo seguirà: quello di scegliere non tanto
la scuola, ma il modo di fare la scuola.
Vale a dire non accontentarsi del poco che gli verrà richiesto, ma utilizzare ogni
possibilità (qualche bravo insegnante, i laboratori, le biblioteche, le attività
integrative) per svolgere un suo personale lavoro di approfondimento che gli
permetterà, una volta ultimati gli studi, di andarsi a cercare una opportunità
fuori dall’Italia.

Paolo Giatti

II declino dell’impero americano

Data: Lunedì, 25 luglio 2005 alle 12:06:44 CEST
Argomento: Cultura
Da tempo cercavo dati oggettivi a conferma della caduta del livello intellettuale americano, li ho trovati in «Emmanuel Todd, L’illusione economica.La crisi globale del neoliberismo».
L’autore analizza l’andamento numerico delle persone che hanno ottenuto il Bachelor of art (equivalente alla nostra laurea breve triennale) notando che dopo il 30% raggiunto fra il 1966 e il 1970, si assiste ad un calo repentino ed improvviso; inoltre, anche dal punto di vista dei contenuti (analizzando i risultati dei test di ammissione all’università) sia nel test matematico, sia nel test verbale si assiste ad una continua discesa dei punteggi medi. E’ vero che, dice l’autore: «Dalla rapidità dell’evoluzione registrata dai test attitudinali universitari e dalle percentuali di laureati per generazione non si deve trarre con troppa facilità la conclusione che livello culturale americano sia crollato. Questi cali riguardano soltanto i giovani. Le generazioni che mostrano un deterioramento del livello culturale entrano a far parte di una popolazione adulta globale il cui livello medio risulta dalla somma di tutte le generazioni successive. La tendenza al calo viene dunque frenata. Anzi, la caduta del livello culturale de: giovani non ha impedito il prolungamento temporaneo di una lenta ascesa del livello medio, man mano che le generazioni più anziane, con pochi laureati, scompaiono di anno in anno dalle fasce alte della piramide delle età. L’ingresso degli Stati Uniti in una fase di ristagno culturale, molto chiaro fra i giovani a partire dagli anni 1963-1980, è un processo lento e continuo che si afferma fra il 1980 e il 1990, ma che giunge a compimento soltanto verso l’anno 2000. Il declino culturale prima, il ristagno poi, spiegano l’entrata in crisi degli Stati Uniti. Come stupirsi di veder fiorire, fra il 1987 e il 1996, fra i sociologi, fra gli economisti o fra gli specialisti di letteratura comparata, espressioni negative come “la chiusura della mente americana”, “l’età della caduta delle aspettative”, “la depressione silenziosa”, “la fine dell’opulenza” o “il tetto visibile”? Se non ci si rende conto di questo abbassamento del livello culturale non si possono capire i molteplici fenomeni regressivi che si manifestano nella vita americana negli anni settanta, ottanta e novanta: le difficoltà economiche, la provincializzazione della vita intellettuale e artistica; il successo di un cinema d’azione rapido e violento, lo sviluppo di scienze sociali e storiche assurde che mettono al centro dei propri interessi il conflitto fra uomini e donne (gender studies); l’ossessione delle molestie sessuali, la rimessa in discussione dell’aborto; la ricomparsa dei creazionisti ostili a Darwin e alla teoria dell’evoluzione, il deterioramento dell’apparato giuridico e repressivo, con un numero di detenuti che è passato, fra il 1980 e il 1993, da 1 840 400 a 4 879 600. II deciso ritorno alla pena di morte esprime meglio di qualsiasi altro fenomeno il regresso spirituale della società americana: il numero di detenuti in attesa di esecuzione è passato, fra il 1980 e il 1994, da 688 a 2890.10 In effetti questa modernità è dissociata dall’idea di progresso». La cosa che dovrebbe preoccupare l’Italia è che noi stiamo importando il modello di istruzione americano (sia direttamente, copiandone la scuola; sia indirettamente, copiandone lo stile da vita) proprio quando questo sta mostrando la sua inadeguatezza. Infatti Giappone e Corea sopravanzano nettamente gli USA nei punteggi medi relativi alla matematica e in un test verbale la Svezia ha una proporzione di adulti con capacità intellettuali tipiche di un’istruzione superiore addirittura maggiore di coloro che hanno realmente frequentato una scuola superiore! Quindi, se cerchiamo un modello, adesso sappiamo dove cercarlo…

Andrea Malaguti

USA: il Natale delle cicale

Data: Giovedì, 02 dicembre 2004 alle 18:57:59 CET Argomento: Attualità
Stando alle prime statistiche del commercio al dettaglio, tra negozi e online, i dati e le proiezioni della grande festa americana del consumo sono quantomeno singolari per quest’anno e inquietanti per il futuro.
Finito il rituale del Giorno del Ringraziamento, con tanto di tacchino ripieno e patate dolci, gli americani si preparano agli acquisti di Natale. Già nel primo fine settimana di acquisti si nota un aumento del 4.5% dei consumi tra negozi e commercio online. E’ una crescita moderata, che sembra però addirittura superare le aspettative degli americani intervistati ai grandi magazzini, tutti intenti a ridurre le spese e a cercare sconti e “occasioni”.
E infatti, conferma Howard Davidowitz, consulente dei dettaglianti di New York, il grosso dell’aumento viene dai beni di lusso: gioielli ed elettronica scompaiono subito dagli scaffali. Ergo, se la classe media o medio-bassa (fino ai 40.000 dollari di reddito annuo) deve tirare la cinghia, i miliardari (25% in più dell’anno scorso) spendono senza preoccupazioni e tengono alte le statistiche.
La mazzata è in programma per l’anno prossimo, però. Col debito nazionale più alto nella storia del paese, i risparmi quasi a zero e il prodotto interno lordo legato a crescite modestissime, si prevede un calo vertiginoso degli acquisti. E allora saranno solo i milionari (sempre pochi, rispetto al totale della popolazione) a potersi permettere natalissimi e altro.
Stupisce e spaventa non poco il cambio repentino, dal lusso alla miseria in un anno. La ricchezza della società diventa penuria diffusa, con qualche rara isola fortunata che forse continuerà, almeno in apparenza, a tenere alte le statistiche. E allora ci si chiede se non sia da sprovveduti — da cicale d’estate – affidare la crescita economica solo ai consumi di lusso, a tutto quello che, in sostanza, ci serve a poco o a nulla. Anche perché — lo sapeva anche La Fontaine — Natale viene d’inverno.

Andrea Malaguti

Buon pomeriggio, nemici sportivi

Data: Giovedì, 18 ottobre 2007 alle 12:06:26 CEST
Argomento: Attualità
Stando al radiogiornale del mattino della National Public Radio di New York (WYNC), il direttore del Centro di Atletica della Princeton University, Gary Walters, ha dichiarato ingiusto il minor prestigio accademico dello sport rispetto al teatro, alla musica e alla letteratura, richiede quindi che anche alle discipline sportive sia riconosciuto un valore accademico.
Tanti anni fa, passando per la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, mi ricordo lo spregio di una studentessa per un suo collega un po’ facilone: “Si è laureato in football”. Oggi il direttore del Centro di Atletica della Princeton University, Gary Walters, chiede che ai migliori atleti delle università venga concesso di laurearsi in una disciplina sportiva. Se un musicista può laurearsi in musica e un giovane attore o regista in discipline dello spettacolo (per inciso: non ho mai avuto in simpatia il DAMS) perché un atleta non può laurearsi in football?
Le università americane sono strane: ci si può veramente laureare in tutto (ed è un problema), e visto che si inizia un anno prima e che, come ho già detto, le scuole superiori sono pessime, nelle istituzioni più importanti si passa almeno un anno a recuperare sul fronte della cultura generale. Se c’è però qualcosa che non manca proprio è il prestigio dello sport. Al contrario, agli atleti più promettenti vengono concesse borse di studio molto generose e sino a poco tempo fa addirittura sconti sulla preparazione agli esami; poi è scoppiato lo scandalo. Perché? Perché le università lucravano abbondantemente coi diritti televisivi sulle partite di football o di pallacanestro e sulle gare sportive.
Inoltre, nei campionati universitari gli atleti si segnalano alle grosse società sportive e quando terminano gli studi, di solito attorno ai ventun anni, firmano contratti da professionisti per mai meno di centomila dollari all’anno, più dello stipendio medio dei loro insegnanti. Non sorprende allora che il professore di letteratura inglese della Indiana University, peraltro ex-atleta, che anni fa scese in campo denunciando la mancata preparazione accademica degli atleti rischiasse il licenziamento in tronco: la vera paura dell’amministrazione centrale non erano gli studenti ignoranti, ma la perdita dei diritti televisivi.
Altro lamento ipocrita degli sportivi americani è che lo sport perda prestigio rispetto alle arti perché viene considerato mera competizione. Prego? Chi non conosce la barzelletta dei quattro attori per avvitare la lampadina, uno in cima alla scala e gli altri tre che protestano perché non sono stati scelti? Far carriera nelle arti in America comporta trasferirsi a New York (già Chicago e San Francisco sono periferia), fare gavetta per anni, mal pagati (e quindi vivere nelle peggiori topaie di Manhattan) e senza la minima garanzia non dico di gran successo, ma di semplice riuscita. Non ci sono minor leagues per gli attori o gli artisti in America: o sfondi o finisci nel ghetto dei frustrati (dei losers, degli sfigati: di quelli che si son tirati addosso il rifiuto della società ed è colpa loro). Al contrario, lo sport agonistico allena al gioco di squadra e alla competizione, ad allearsi coi compagni e a sconfiggere gli altri, che è poi il destino di una vita: saper scegliere con chi allearsi e chi mettersi contro per il proprio vantaggio. E allora perché non promuoverlo a disciplina di laurea, visto che un giorno servirà a far carriera? Buon pomeriggio, nemici sportivi.

Andrea Malaguti

E qualcuno ancora si meraviglia che non si riesca a formare una nazionale italiana di pallacanestro perché non appena qualcuno emerge scappa in America?

Impressioni dell’undici settembre

Data: Sabato, 13 settembre 2003 alle 08:01:00 CEST
Argomento: Attualità
Non so se la storia si ripeta, per il poco che ho visto, spero di no. Le date però si ripetono ogni anno e non si possono evitare, specie quando ti ricordano un po’ della storia che ti è capitata sotto gli occhi…
Non so se la storia si ripeta, per il poco che ho visto, spero di no. Le date però si ripetono ogni anno e non si possono evitare, specie quando ti ricordano un po’ della storia che ti è capitata sotto gli occhi. Alle otto e quarantacinque di due anni fa stavo compulsando il dodicesimo libro dell’Iliade per insegnarlo alle undici. Poco dopo mi telefonò mio fratello chiedendomi notizie. “Non hai ascoltato la radio?” “Sì, stamane alle sei; ora sono le nove e tre quarti…” Mi accostai alla finestra e a sud, dietro i palazzoni vicino al porto, c’era un’enorme nuvola di fumo nerastro. Stamane ero seduto allo stesso tavolo e compulsavo una tesi di dottorato. Avevo tenuto accesa la radio a colazione: non ci sarebbero stati né Bush né Cheney alle funzioni commemorative, non c’erano allarmi di nessun colore. Parlano invece i familiari delle vittime, che finalmente si decidevano a confessare il loro disagio alle agenzie speciali di recupero psicoterapeutico, dopo due anni riuscivano a confessare la loro solitudine e a viverla fino in fondo. Una di queste agenzie era stata fondata da un sopravvissuto agli attacchi che in seguito aveva lasciato il lavoro: un agente di commercio, che di fronte alle macerie e ai morti aveva preferito non continuare a vendere altrove, ma prendersi cura di chi gli stava attorno, degli altri sopravvissuti, dei traumi e della loro solitudine. E allora ecco gli utenti al microfono, che ormai hanno formato i loro gruppi di amici che si sostengono a vicenda e si ritrovano in casa, in riva al fiume o al parco a passare la domenica o allo stadio a vedere gli Yankees giocare a baseball. (“Where have you gone, Joe DiMaggio, this nation turns its lonely eyes to you…”) Un minuto di silenzio per ricordare i morti mentre si sentono alla radio i rintocchi delle campane; mi lascio commuovere anch’io, mi sembra giusto.
La giornata continua: la tesi, la discussione, la cena coi colleghi da Mezzogiorno, un ristorante downtown con un padrone colto e simpatico, le pareti fitte di opere d’arte contemporanea e i soffitti tappezzati da gigantografie di paragrafi dai diari del Pontormo (era un ritrovo di galleristi). Quando usciamo è notte e nel cielo di New York si stagliano due enormi fasci di luce bianchi, quasi paralleli, che convergono in una macchia grigia sulla volta delle nuvole di settembre. “Avrebbero dovuto lasciarlo sempre per ricordare”, commenta Vittorio, il padrone di Mezzogiorno; sono d’accordo e lo dico. Il mio collega D’Acierno ci da un passaggio in decappottabile col tettuccio abbassato; fa un po’ freddo, ma è bello vedere gli alberi e le case di Sullivan Street. Dietro due isolati scorgiamo la batteria di fari puntati al cielo che mandano i fasci di luce; corro il rischio di lasciarmi commuovere, ma sono in pubblico e in macchina. Poi, appena svoltato l’angolo, appare Ground Zero: è ancora un enorme cratere illuminato, dove non si sa ancora bene cosa crescerà. Mi alzo in piedi e guardo e forse riesco a commuovermi, visto che in macchina stanno tutti seduti e non mi vede nessuno. Poi ci allontaniamo, ma dal tetto aperto si vedono sempre le due colonne bianche di luce che ci perseguitano a ogni angolo; bisogna ricordare, ricordare per non ripetere, perché la storia non si ripeta più.
Vorrei portare con me in ogni angolo del mondo l’immagine delle due colonne bianche di luce. Ci crediamo tanto solidi e invece siamo così fragili, così pronti a svanire in un fascio di energia, e duriamo sempre troppo poco. Allora conviene stare bene insieme quanto si può, al lavoro e a casa, al cinema e allo stadio. Ne sono morti tremila nelle Torri Gemelle, ai sei miliardi e novecento novantanove milioni e novecento novantasette mila di sopravvissuti l’augurio di star bene e di saper convergere tranquilli in un punto anche infinito del cielo, come le colonne commemorative di stasera, che ti seguono dovunque tu vada, come una festa mobile.

Andrea Malaguti

Ma va a farti visitare in India…

Data: Lunedì, 03 settembre 2007 alle 18:26:33 CEST
Argomento: Lavoro
L’economista Ethan Capstain avverte che in futuro il lavoro nei servizi potrebbe venire delocalizzato, come già accade coi servizi sanitari, coi call center e con la ragioneria.
New York, 3 settembre 2007. Mentre gli americani festeggiano Labor Day, lala festa del lavoro che cade ogni primo lunedì di settembre e segna la fine dell’estate, la National Public Radio trasmette un’intervista interessante a Ethan Capstain, economista in stanza a Parigi. Secondo Capstain, i servizi sono destinati a subire in pochi anni la stessa delocalizzazione dell’industria manifatturiera. Già si assiste al cosiddetto “turismo medico”: tanti americani si recano in India per curarsi e farsi operare da equipe mediche di alto livello a costi di gran lunga inferiori rispetto a quelli degli Stati Uniti (“Sicko” docet). Io stesso mi sono trovato ad aspettare una settimana il responso di una radiografia a una piccola frattura al piede destro perché, mi venne detto, la radiografia era stata inviata in India. Lo stesso giorno dell’esito, un dipendente del centro medico mi disse di aver perso il lavoro da programmatore informatico dopo dieci anni di attività proprio perché l’intera industria del software era stata spostata in India (ci saranno andati anche i miei studenti di allora, che sognavano di far soldi a palate coi programmi al computer?).
Lo stipendio dignitoso che fino a ieri si poteva ottenere lavorando con costanza e dedizione oggi è soggetto di contesa: in India e in Cina c’è la fila di gente pronta a rimpiazzarti a un decimo del prezzo e con l’informatica e l’inglese (due delle “i” di Berlusconi) si mandano le informazioni in un attimo e in un altro attimo si ricevono. Il futuro: si entra in day hospital a Bondeno, l’infermiere si mette al computer e trasmette i dati al medico di guardia di Madras, pagato cinquecento dollari al mese, che comunica la diagnosi all’infermiere che agisce di conseguenza. E diventata una grande impresa (la terza “i” di Berlusconi).
Ciò che può salvare il lavoro agli americani, dice Capstain, è la produttività. Bisogna quindi aggiornarsi di continuo per essere competitivi e produrre di più. Ma cosa vuoi dire? Curare più malati? Curarli meglio? Curarne tanti, ma peggio? Curarne tantissimi scegliendo con cura chi curar bene per far bella figura e chi curar male per risparmiare tempo e denaro? E a chi vanno il tempo e il denaro risparmiati? Capstain non è chiaro (ci mancherebbe). L’unica vera novità certa è che la festa di oggi, Labor Day, potrebbe non corrispondere al lavoro di domani.

Andrea Malaguti

Oggi è chiaro che si vogliono retribuire i dirigenti (1%) e lasciare al loro destino il restante 99%

Un mondo di bambole

Postato il Lunedì, 23 gennaio 2006 alle 19:10:23 CET Argomento: Arte
Sabato 28 gennaio 2006 presso la Galleria civica d’arte moderna e Contemporanea di BONDENO (Prov. Ferrara), piazza Garibaldi 9, alle ore 17.30, verranno inaugurate le mostre delle artiste BERENICE DARRER e GABRIELLE DE MONTMOLLIN. Le mostre si avvalgono della collaborazione del Centro Etnografico Ferrarese e dell’Osservatorio Nazionale sulla Fotografia. Curatore: Roberto Roda
Prosegue alla civica Galleria darte Moderna e Contemporanea di Bondeno il ciclo espositivo dedicato alla figura della donna nellarte e delle donne artiste. Dopo le mostre evento Seno Guerriero e La nemica del cuore che ampio interesse hanno suscitato nel corso del 2005 dal 21 gennaio al 26 febbraio 2006 saranno in parete i mondi di bambole della viennese Berenice Darrer e della canadese Gabrielle de Montmollin. Il vernissage della mostra sarà insolitamente posticipato rispetto allapettura e avrà luogo il giorno 28 gennaio 2006 alle ore 17.30 per consentire la venuta in Italia delle due bravissime artiste e lincontro delle stesse con il pubblico italiano. Sotto il titolo Un mondo di bambole vengono presentate due distinte personali: quella che vede in parete i dipinti della Darrer occupa il piano terra della civica galleria, mentre laltra che ordina le fotografie della de Montmollin si snoda al primo piano. Le due esposizioni sono fra loro accumunate idealmente dal tema della bambola sottilmente sviluppato dalle due artiste con peculiare quanto imprevedibile sentimento femminile. BERENICE DARRER È nata nel 1976 a Windhoek in Namibia e a soli sei anni si è trasferita a Vienna, dove ha studiato pittura, cinema d’animazione, arti tessili e dove tuttora risiede e lavora. Come pittrice espone solo dal 2000, ma in pochi anni Berenice Darrer ha saputo affermare la sua creatività pittorica, diventando una delle giovani punte di diamante della prestigiosa galleria internazionale di Ernst Hilger. Berenice Darrer dipinge quasi solo donne: figure sinuose di giovani donne, più o meno svestite, a proprio agio in ambienti per lo più naturali. Sorridenti, gioiose, felici. Belle proprio in quanto felici, gioiose, sorridenti. Quello raccontato da Berenice è un gineceo beato dove tutte le fanciulle sono Bambole- (e che bambole viene da dire, citando non a sproposito un vecchio hit di Fred Buscagliene) capaci di vivere pienamente, al massimo la loro esistenza, la loro giovinezza, la loro avvenenza. Si ergono nude nella neve candida in mezzo agli alti monti mentre attorno a loro saettano discreti sciatori, come fatine della natura giocano maliziose tra farfalle svolazzanti e foreste di papaveri e funghi giganteschi, si aggirano per prati alpini popolati da contadini insensibili ad ogni tentazione, si immergono nelle acque di laghetti paradisiaci. E sorridono sempre. Gli oli di Beatrice Darrer emanano una gioia di vivere totale: quelle carni piene, quei nasini rotondi e impertinenti, quelle bocche spensierate, quei deli blu, quelle nuvolette luminose, quei fiori rossi, quelle foglie verdi che più verdi non si può, ci ricordano l’età dell’oro di quando eravamo bambini, quando la meravigliosa ingenuità dell’infanzia induce spontaneamente allottimismo. Con le sue pennellate dense e cremose, dai contrasti elettrizzanti, invitanti come un gelato o un lecca-lecca ( che certe tele verrebbe voglia di leccarle) Berenice Darrer ci ritrasforma tutti in compagni di giochi, in bambini felici intenti a guardare le ondeggianti Silly Symphonies disneyane: la vicenda delle stagioni, il girotondo del sole del sole e della luna, la danza delle ore, il battito del nostro cuoricino eccitato. E anche quando Berenice abbandona le ambientazioni della natura per svagarsi in interni le sue fortunate bambole giocano in perfetta letizia, persino alla roulette dove salgono a carponi sul tavolo verde e irrefrenabili spargono in giro montagne di fiches vincenti. Tutto in questo mondo di sole donne allestito da Berenice è pulito, bellissimo, spensierato, giocoso: le allegrie di Berenice Darrer raccontano la gioia assoluta di abitare un corpo di donna. La mostra è accompagnata dal catalogo delleditore Sometti di Mantova con testi critici di Ferruccio Giromini e Roberto Roda. GABRIELLE DE MONTMOLLIN È nata nel 1954 a Toronto in Canada, da genitori svizzeri. Ha frequentato la Jarvis Collegiate a Toronto, l’lnternational School di Ginevra in Svizzera e la Carleton University in Ottawa. Dal 1979 al 1986 ha lavorato per la televisione (Canadian Broadcasting Corporation) e per il cinema indipendente. Nel 1986 ha deciso di concentrarsi sulla fotografia iscrivendosi ai corsi del Ryerson Polytechnic Institute e dellOntario College of Art, specializzandosi nella fotografia in bianco e nero. Ha esposto prevalentemente in Canada e in Francia. Sposata con lartista Tony Calzetta, vive e lavora a Toronto. Se il mondo di bambole raccontato dalla Darrer ci appare solare e giocoso, quello di Gabrielle de Montmollin è un universo femminile lunare dove regna sottile il mistero. Anzi il fascino delle immagini fotografiche di Gabrielle sta proprio nelle sensazioni di inquietudine che riescono a trasmettere. Un’inquietudine indefinibile eppure palpabile. La fotografa, alla sua prima mostra italiana, racconta un universo femminile fatto di bambole rielaborate artisticamente e trasformate in personaggi graffianti. Lartista usa i giocattoli per generare allegorie della natura femminile e dar vita a complessi universi onirici. Le sue bambole spesso in pose seduttive abitano paesaggi di fantasia dando origine a composizioni visive dove la suspence non è a volte disgiunta da un sottile humour. Lartista lavora per serie e la mostra ne presenta diverse, The meticulous construction of thè tranquill life of Amazons (1992-1994), Leading Ladies (1995-1997), Miss Milligan and La belle Lucie, atthe dance (2002), Bird Women (2004). Il titolo delle stesse non descrive le immagini che le compongono, ma ne completa il senso. Apparentemente slegato dal soggetto ritratto, il titolo della sequenze è a volte scelto dall’artista solo a lavoro ultimato e a detta dellautrice spesso in base a ciò che il suono le trasmette. La mostra è posta sotto il patrocinio dellAmbasciata del Canada ed è accompagnata da un catalogo edito dall’editore Sometti di Mantova. Durata 21 gennaio-26 febbraio 2006 Sede Bondeno, Galleria d’arte Moderna e Contemporanea, piazza Garibaldi 9. Orari: sabato, domenica e festivi 10.30-12.30-15.00-18.00; gli altri giorni su appuntamento (0532 899245-333 1700259 e.mail: pinacoteca@comune.bondeno.fe.it)

Seno guerriero

Bondeno; Seno guerriero
Postato il Domenica, 04 settembre 2005 alle 10:11:17 Argomento: Arte
Ieri sera, alla rocca di Stellata, è stato presentato il catalogo della mostra “Seno guerriero” dal curatore Roberto Roda. Il catalogo si distingue per ampiezza della documentazione iconografica e documentale; particolare rilevanza e interesse hanno gli apparati che  forniscono utili notizie su ogni singola opera. La chiusura della mostra, che si articola in più sedi espositive, è stata prorogata al 18 settembre.
Presentazione
Davide Verri – Aldo Scapoli……………………………pag. 9
II Dio delle Amazzoni
Ferruccio Giromini……………………………….. 11
IL MITO DELL’AMAZZONE, L’IMMAGINE DELLA DONNA IN ARMI
Donne in corazza. Icone divine, miti che, allegoriche…………. 19
Brigantesse, piratesse, banditesse………………………41
Bellatrix virgo: la femmina armata………………………53
Sciamani della natura, sovrana delle belve feroci……………73
Da Virgo a Virago: duellanti e lottatrici…………………..85
La Furia persecutrice, l’assassina rituale………………….99
Soldatesse oniriche, sogni camerateschi…………………..113
FANTASIE POP DI BELLEZZE PERICOLOSE
Paladine e capitane coraggiose…………………………127
Eroine dello spazio e del tempo………………………..139
Ragazze con la pistola……………………………… 153
ARMATE E SVESTITE
Valchirie della femminilità……………………………pag. 165
Le grandi combattenti……………………………… 175
PICCOLE GUERRIERE DI CARTA
Nuvolette rosa shocking……………………………..184
Amazzoni postali…………………………………. 193
APPROFONDIMENTI
Le Amazzoni
Angela Maria Andrisano…………………………….215
Saluti eleganti e gentili dalla squadrista
Enrico Sturani…………………………………..232
APPARATI ……………………………………… 235
BIBLIOGRAFIA. 289


Purtroppo l’opera non risulta più disponibile nelle librerie