Ai posteri l’ardua sentenza

Data: Giovedì, 16 marzo 2006 alle 11:27:23 CET
Argomento: Letteratura
Facendo una piccola analisi retrospettiva, mi chiedevo se, nella seconda metà del ‘900, ci fossero stati romanzieri o poeti italiani degni di passare alla posterità. Non riuscendo a farmene venire in mente alcuno, ho girato la domanda ad Andrea Malaguti, assistant professor al dipartimento di Italiano presso la Columbia University di New York. Di seguito la sua risposta:
“In verità, non ho ancora capito quando mai la buona scrittura, chiara e precisa, sia mai stata di casa in Italia. Ti cito un brano da una rivista del 1939: Un’ attenzione che supera, nei più, chiari momenti, il limite del troppo insistito diletto musicale, per penetrare e vibrare in un mondo sensibile nuovo, dove la consueta logica delle cose comuni pare che si sfaldi in una indeterminatezza continua di postulati, quasi che a ogni passo il terreno che siamo soliti battere minacci di franare sotto il nostro cauto piede. Generica impressione ancora, che rimarrebbe pur magra cosa se si esaurisse in sé, ma che poco a poco, procedendo il lettore fra continue emozioni e reali cadute, la cui colpa è spesso del medesimo poeta, pur giunge a raccogliere, da quell’apparente dissolvimento della realtà, un ordine nuovo, traducibile forse nei termini precisi di una continua conoscenza di morte, prolungata oltre lo stesso avvenimento del fatto fisico, in quanto che è essa un presente dello spirito più che del mondo esterno.
Siamo ai limiti della leggibilità, eppure è Giorgio Caproni a ventisette anni. Se penso che la generazione di Biagi e di Bocca all’epoca era al liceo, mi sento male, evidentemente sapevano diffidare degli insegnanti. Però questo mi da l’idea
dell’importanza della Guida al Novecento, dove invece si privilegiava un certo
senso della realtà. Ma allora perché non si vedono ancora gli scrittori che hanno fatto il liceo negli anni settanta? (Bah, forse perché non siamo negli anni trenta e quindi c’è molta sfiducia nella letteratura-letteratura; ergo si evita di scriver bene per paura di non avere successo e si scrive male per poter vendere, anche se poi i romanzi fanno schifo e la gente li compra solo per farsi vedere a la page: così succede in Francia…)
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E sempre faticoso rapportare il passato col presente, visto che per l’uno la storia ha già fatto la sua ampia tara e per l’altro no. Comunque, per amor di congettura, se la generazione che ha fatto il liceo con la Guida al Novecento di Salvatore Guglielmino alla mano non s’è ancora prodotta in niente di buono, forse è perché l’ansia del successo immediato è tale da non consentire i tempi lunghi e meditativi della letteratura seria. E soprattutto, dagli anni settanta in avanti, non solo non c’è più niente in cui credere, ma nemmeno niente a cui opporsi: la caduta in silenzio dei movimenti studenteschi (o addirittura il passaggio dei loro esponenti ai ranghi di difesa del capitalismo globale) ha tolto anche la voglia di polemizzare. A chi ti opponi, se a scuola t’insegnano solo un sacco di balle da rivendere bene e trovarti un posto grazie a papà?
Il libro deve solo essere accattivante e per essere venduto oggi e buttato nel cestino domani. Ogni insegnante delle varie scuole di scrittura creativa in Italia –conosco Carlo Lucarelli, della Holden di Torino — ti dirà che gli studenti scartano volentieri qualsiasi soggetto originale, qualsiasi storia veramente loro per uniformarsi al modello in vigore: giallo, noir o altro. L’importante è imparare il trucco vincente e pigliare i soldi facilmente (come Baricco, come la Tamaro).
Oggi le crisi che stimolavano tanta letteratura in passato non sono più una novità, ma uno stile di vita a cui ci siamo adattati; siamo tutti uomini senza qualità senza bisogno della filosofia di Musil e senza l’intelligenza per capirla. Quando l’unica cosa seria da scrivere, come suggerisci tu, è un saggio scientifico e ben documentato e meditato, alla Luciano Gallino, che ti porta a concludere che il mondo fa schifo e sarà sempre peggio, visto che fa comodo a tanti e che comunque nessuno, anche volendo, potrebbe metterci mano, a che serve scrivere romanzi? A fare il buffone in tv assieme a Maurizio Costanzo?

Andrea Malaguti

Casa e/o lavoro?

Data: Sabato, 08 marzo 2008 alle 16:49:35 CET Argomento: Attualità
Di fatto, il sogno americano è di casa anche da noi da molto prima dello sbarco a Gela delle truppe alleate. Già negli anni trenta si cantava: “Se potessi avere mille lire al mese…” da investire in tante maniere, compresa “una casettina in periferia”. E infatti, negli anni più prosperi, per le famiglie italiane la casa di proprietà è stata un investimento sicuro e a lungo termine, spesso passata di generazione in generazione. Questo, però, in Italia. Negli USA, dopo che in questi ultimi anni la percentuale dei proprietari di case è venuta crescendo del dieci per-cento, ci si chiede (in maniera un po’ pedestre) se avere una casa non sia un ostacolo alla mobilità economica.
Negli Stati Uniti, dal 1994 al 2005 sono stati in tanti a investire in immobili, soprattutto case, spesso accendendo mutui rompicollo, visto che sull’onda della ripresa economica dell’era Clinton (dovuta soprattutto al boom informatico, però) la percentuale richiesta come caparra si è ribassata dal diciotto per cento degli anni settanta e ottanta al due per cento in media (cosa non fa fare l’ottimismo…). Per il resto si ricorreva alle banche, fino a poco fa, e tutti erano contenti: le banche, perché vendevano soldi e sapevano di poterseli far pagare, e i contraenti perché contavano sulla crescita continua del valore dell’immobile, come era normale da sempre (negli anni ottanta molti si sono arricchiti con la compravendita di appartamenti, speculando sui prezzi). Ora, però, il mercato immobiliare è in stallo (come prevedibile), ma gli interessi bancari no; quindi sono in tanti a trovarsi a dover più soldi alle banche di quanti non ne valga la loro casa. Vendendola, perderebbero la casa senza liberarsi dei debiti.
La casa di proprietà è talmente cara agli americani che ogni candidato alla presidenza ne fa un cardine essenziale della campagna elettorale. In effetti, è una forma di risparmio (se proporzionata al reddito reale) e un motivo di investimento nel territorio, nel quartiere e nella comunità locale. Certo, è anche un motivo di stanzialità. Quando ci si è rotti il collo per quattro mura, contraendo debiti che non si sa bene quando si finirà di pagare e che casomai le quattro mura stesse potrebbero non valere più sul mercato, l’ultima cosa che viene in mente è fare le valigie e spostarsi altrove. Ma se si perde il posto di lavoro e il posto futuro è in un altro stato? Tengo la casa o prendo il posto di lavoro? Se tengo la casa, trovo un altro posto qui? A quale stipendio? Mi permetterà di estinguere il debito (e quando)? Se prendo il lavoro e lascio la casa, a quanto riesco a venderla? Quanto mi resta da pagare? Quanto mi costerà vivere nel nuovo stato? Perché se costa poco, è molto probabile che sia basso anche lo stipendio e che, al netto di cibo e affitto e vestiario, i soldi da destinare al vecchio mutuo da estinguere siano pochi… Perciò non a caso gli stati col tasso di disoccupazione più alto (Alabama, Mississippi, Michigan) sono anche quelli a più alta percentuale di proprietari di case. Dopo tanti sacrifici, meglio restare senza lavoro e difendere coi denti la “Home Sweet Home”, come fosse Fort Knox.
Le valutazioni di James Surowiecki (“Home Economics”, The New Yorker, March 10, 2008), da cui ho tratto gran parte delle informazioni, conclude dicendo che è ora di riflettere se in questi tempi il prezzo della casa di proprietà, per l’acquirente comune e per l’economia generale che perde in mobilità, potrebbe essere troppo alto. Da noi, dove certi rischi ancora non ci sono, potrebbe essere un campanello d’allarme per il futuro. Cosa deve valere per noi oggi avere una casa o potersela permettere? Quale valore deve avere la nostra appartenenza a un luogo, a un quartiere, a una città, rispetto alla mobilità dell’economia? Sono domande serie, che guideranno le nostre scelte di vita in futuro.

Andrea Malaguti

Farenheit 9/11, il nuovo film di Michael Moore

Data: Martedì, 20 luglio 2004 alle 18:27:08 CEST
Argomento: Cinema
Eravamo tutti stipati al cinema ieri sera. Tutti aspettavano l’uscita dell’ultimo documentario di Michael Moore, “Farenheit 9/11”, basato su materiale d’archivio ritrovato e rimontato. Michael Moore compare all’inizio, fuoricampo, mentre cerca di rivolgersi a un neoeletto presidente George W. Bush circondato dalla folla. “Comportati bene” risponde Bush “e vatti a cercare un lavoro”, che, in una cultura pragmatista come quella americana, è peggio che mandare qualcuno a farsi friggere, per così dire.
Per quanto giudicata tendenziosa (George W. Bush legato a doppio filo agli interessi dell’Arabia Saudita, tradito dall’ex-socio in affari Osama Binladen e artefice della guerra in Irak — più sanguinosa di quella in Vietnam – solo per mettere le mani sul petrolio) la tesi di Michael Moore è difficile da smontare. Sono troppi i documenti e i fatti riportati per poter sollevare obiezioni ragionevoli. Anche i machiavellici difensori della “ragion di stato” si trovano di fronte a una difesa esasperata degli interessi non delle nazioni, ma dei gruppi di potere che le scavalcano e le usano.
Difficile non commuoversi di fronte alle vittime del carnaio crudele della guerra, al sangue e ai corpi martoriati delle vittime, all’odio comprensibile di chi subisce l’occupazione (lo ammette, col suo solito mezzo sorriso idiota, anche Bush), o al
dolore dei congiunti dei soldati a casa, incollati e tremanti davanti ai notiziari, che alla fine si sentono arrivare la telefonata di condoglianze del ministero della difesa. Difficile non indignarsi di fronte alla compiacenza dei parlamentari e dei gruppi industriali, che al congresso sulla ricostruzione parlano di progetti miliardari e fanno capire quale sia stato i vero scopo della guerra d’invasione in Iraq (liberazione, dite voi? Scusate: è stato un lapsus freudiano, non mio, però, ma di un dirigente industriale nel film).
Ciò che però da i brividi è imparare che i soldati americani, mentre facevano saltare le case dei CIVILI a colpi di bazooka e lanciafiamme, venivano storditi di continuo dalla musica rock assordante e ad alto volume che attraverso una cuffia interfono che non potevano spegnere urlava:
bum thè motherfucker bum thè motherfucker
“Bruciailchiavamamma”. Ecco a cosa serve il rock duro, l’heavy meta! Ecco a cosa servono i videogiochi alla playstation: a trasformare la gente in macchine acefale pronte all’azione, a far carname del prossimo a seconda degli ordini superiori. Proibito piangere: dopo il carnaio si canta la marcia di Topolino, come in “Full Meta! Jacket” (e taccio per decenza sui trascorsi politici di Walt Disney).
Nel giornale scientifico della mia associazione professionale (“Publications of thè Modern Language Association of America”) un articolo a difesa della dignità letteraria della fantascienza ha come tesi principale che già viviamo nei mondi immaginati da Orwell, Huxley e Vonnegut, specie dall’undici settembre e dal marzo 2003, quando è cominciata l’offensiva. Niente dei nostri gusti e delle nostre abitudini sfugge al controllo di chi ci vuole in pugno, pronti all’azione e al sacrificio per riempirsi le tasche pagando coi nostri morti. Il fascismo non ha più bisogno di berrettoni e adunate: gli bastano i giochi a premi, gli ammazzasette pronti a tutto di “Survivor” negli Stati Uniti, le tette alla “Domenica Sportiva” in Italia.
Un tempo mi ponevo (e me li ponevano gli altri) problemi di identità e di appartenenza culturale: qui o lì? Ormai la differenza è poca: entrambe le nazioni hanno messo gli interessi dei grandi gruppi finanziari al governo, vuoi per malriposta ammirazione vuoi per cinica aspettativa di una ricompensa. (“A far al compagno a n’as ciapa gnent”, mi avvertiva simpaticamente un ex-consigliere di Forza Italia la sera di lunedì 13 giugno, mi avrebbe però egli ricompensato per -mettermi dalla sua parte? ) E’ successo a Massimo Cacciari, a Lucio Colletti, a Paolo Guzzanti, a Giuliano Ferrara…) La differenza è forse che qui, nonostante il Patriot Act, ho visto il film di Michael Moore (che però nessuno voleva distribuire), leggo il “New York Times” e qualche libro controverso di “Verso, London” lo trovo anche in libreria; lì, invece, anche Feltrinelli è diventato un bottegone insensato e senza mordente e gli articoli di Michael Moore e del “New York Times” debbo cercarli nel “Manifesto”. E sì che non sono comunista e non lo è nemmeno Michael Moore. Ma guarda a chi debbo dare i miei soldi… Ma guardi un po’ cosa mi costringete a fare, caro il mio simpatico ex-consigliere di Forza Italia…

Andrea Malaguti

Il 4 luglio e Pierangelo Bertoli

Data: Martedì, 04 luglio 2006 alle 19:01:50 CEST
Argomento: Cronache di ieri
Durante la festa della Dichiarazione d’Indipendenza americana si ricorda un cantautore emiliano vicino al rock-folk americano morto a soli cinquantanove anni nel 2002.
All’epoca in cui mi impegnavo a non sembrare comunista (era il 1979 ed ero al liceo) era venuto a cantare al Festival dell’Unità di Bondeno un cantautore sinceramente comunista che io, manco a dirlo, guardavo con diffidenza. Era Pierangelo Bertoli (www.bertolifansclub.org), all’epoca trentasettenne, sassuolese e paraplegico, che aveva appena inciso il suo album “A muso duro”. Non conoscevo tutte le sue canzoni, ma solo “Eppure soffia” (sui disastri dell’ambiente), “Rosso colore” (sull’emigrazione italiana all’estero) e “II pescatore” (sulla tentazione del tradimento). Come musica, mi sembrava un folk-rock di seconda mano (io mi esercitavo su Dylan). Poi, a quindici anni mi facevo imbarazzare facilmente dai suoi accenti forti e decisi e, anche nelle canzoni in cui mi ritrovavo di più, come “Eppure soffia”, sentivo una nostalgia per l’autoritarismo maschile del mondo contadino che a me che volevo essere moderno (e femminista!) a ogni costo poco garbava.
A tutt’oggi la nostalgia dell’autoritarismo rurale rimane a dir poco ridicola (e forse era più che altro una mia impressione). Riascoltando Bertoli dagli Stati Uniti e in altra età mi rendo invece conto della sua operazione culturale in sé molto raffinata. Bertoli stava cercando di rimodernare la tradizione emiliana (oramai non si poteva più contare su Giuseppe Verdi) e di usare i modi del folk americano, sempre più diffusi, per avvicinare i giovani ai temi più importanti del momento, dall’ambiente all’aborto (“Certi momenti”), non trascurando la loro ricaduta sui disagi della vita privata, che raccontava con schiettezza e sincerità. Era un po’ il nostro Bruce Springsteen, col quale aveva in comune, tra le tante cose, il retroterra operaio di provincia (Springsteen era figlio di padre irlandese e madre italiana, entrambi operai nel New Jersey) e, come lui, raccontava l’amarezza di chi si sente tradito dalla società in cui vive (“Born in thè USA”).
Oggi, nel duecentotrentesimo compleanno degli Stati Uniti, mi piace ricordare Pierangelo Bertoli e capisco che dietro il suo affrontare la vita “a muso duro” c’era coraggio e onestà (e una certa timidezza: “e vorrei dirti ‘ciao, come stai? Come sei bella stasera…”). Bertoli aveva capito che nella cultura americana c’era (e c’è) la difesa dell’espansione capitalista armata ad oltranza, ma anche la sua più aspra contestazione: c’è John Bolton (il contestato ambasciatore americano all’ONU, cf. “Psicopatico, ma non troppo”) ma anche Kurt Vonnegut (“Mattatoio n. 5”). La differenza, penso io, e che seguendo Bolton rischiamo di omologarci, mentre leggendo Vonnegut riusciamo a riflettere e quindi a conservare la nostra identità e a trovare le nostre più autentiche soluzioni ai nostri problemi (e infatti Bertoli era impegnato attivamente anche in politica, sia come assessore comunale a Sassuolo sia come protagonista di iniziative di solidarietà e beneficenza).
E allora buon 4 luglio alla memoria di Pierangelo Bertoli, che aveva saputo capire il meglio dell’America e, senza americanismi, restò fermo dov’era facendoci riflettere con urgenza sulla realtà di oggi. Di fronte ai furbetti del quartierino, alle caserme della libertà dove non cercare solo il proprio porco interesse è da coglioni’ (parola di ex-primo ministro) e alle casate reali dei biscazzieri e delle vallette facili, ben venga il muso duro di Bertoli: sarà la nostra dichiarazione d’indipendenza.

Andrea Malaguti

II declino dell’impero americano

Data: Lunedì, 25 luglio 2005 alle 12:06:44 CEST
Argomento: Cultura
Da tempo cercavo dati oggettivi a conferma della caduta del livello intellettuale americano, li ho trovati in «Emmanuel Todd, L’illusione economica.La crisi globale del neoliberismo».
L’autore analizza l’andamento numerico delle persone che hanno ottenuto il Bachelor of art (equivalente alla nostra laurea breve triennale) notando che dopo il 30% raggiunto fra il 1966 e il 1970, si assiste ad un calo repentino ed improvviso; inoltre, anche dal punto di vista dei contenuti (analizzando i risultati dei test di ammissione all’università) sia nel test matematico, sia nel test verbale si assiste ad una continua discesa dei punteggi medi. E’ vero che, dice l’autore: «Dalla rapidità dell’evoluzione registrata dai test attitudinali universitari e dalle percentuali di laureati per generazione non si deve trarre con troppa facilità la conclusione che livello culturale americano sia crollato. Questi cali riguardano soltanto i giovani. Le generazioni che mostrano un deterioramento del livello culturale entrano a far parte di una popolazione adulta globale il cui livello medio risulta dalla somma di tutte le generazioni successive. La tendenza al calo viene dunque frenata. Anzi, la caduta del livello culturale de: giovani non ha impedito il prolungamento temporaneo di una lenta ascesa del livello medio, man mano che le generazioni più anziane, con pochi laureati, scompaiono di anno in anno dalle fasce alte della piramide delle età. L’ingresso degli Stati Uniti in una fase di ristagno culturale, molto chiaro fra i giovani a partire dagli anni 1963-1980, è un processo lento e continuo che si afferma fra il 1980 e il 1990, ma che giunge a compimento soltanto verso l’anno 2000. Il declino culturale prima, il ristagno poi, spiegano l’entrata in crisi degli Stati Uniti. Come stupirsi di veder fiorire, fra il 1987 e il 1996, fra i sociologi, fra gli economisti o fra gli specialisti di letteratura comparata, espressioni negative come “la chiusura della mente americana”, “l’età della caduta delle aspettative”, “la depressione silenziosa”, “la fine dell’opulenza” o “il tetto visibile”? Se non ci si rende conto di questo abbassamento del livello culturale non si possono capire i molteplici fenomeni regressivi che si manifestano nella vita americana negli anni settanta, ottanta e novanta: le difficoltà economiche, la provincializzazione della vita intellettuale e artistica; il successo di un cinema d’azione rapido e violento, lo sviluppo di scienze sociali e storiche assurde che mettono al centro dei propri interessi il conflitto fra uomini e donne (gender studies); l’ossessione delle molestie sessuali, la rimessa in discussione dell’aborto; la ricomparsa dei creazionisti ostili a Darwin e alla teoria dell’evoluzione, il deterioramento dell’apparato giuridico e repressivo, con un numero di detenuti che è passato, fra il 1980 e il 1993, da 1 840 400 a 4 879 600. II deciso ritorno alla pena di morte esprime meglio di qualsiasi altro fenomeno il regresso spirituale della società americana: il numero di detenuti in attesa di esecuzione è passato, fra il 1980 e il 1994, da 688 a 2890.10 In effetti questa modernità è dissociata dall’idea di progresso». La cosa che dovrebbe preoccupare l’Italia è che noi stiamo importando il modello di istruzione americano (sia direttamente, copiandone la scuola; sia indirettamente, copiandone lo stile da vita) proprio quando questo sta mostrando la sua inadeguatezza. Infatti Giappone e Corea sopravanzano nettamente gli USA nei punteggi medi relativi alla matematica e in un test verbale la Svezia ha una proporzione di adulti con capacità intellettuali tipiche di un’istruzione superiore addirittura maggiore di coloro che hanno realmente frequentato una scuola superiore! Quindi, se cerchiamo un modello, adesso sappiamo dove cercarlo…

Andrea Malaguti

USA: il Natale delle cicale

Data: Giovedì, 02 dicembre 2004 alle 18:57:59 CET Argomento: Attualità
Stando alle prime statistiche del commercio al dettaglio, tra negozi e online, i dati e le proiezioni della grande festa americana del consumo sono quantomeno singolari per quest’anno e inquietanti per il futuro.
Finito il rituale del Giorno del Ringraziamento, con tanto di tacchino ripieno e patate dolci, gli americani si preparano agli acquisti di Natale. Già nel primo fine settimana di acquisti si nota un aumento del 4.5% dei consumi tra negozi e commercio online. E’ una crescita moderata, che sembra però addirittura superare le aspettative degli americani intervistati ai grandi magazzini, tutti intenti a ridurre le spese e a cercare sconti e “occasioni”.
E infatti, conferma Howard Davidowitz, consulente dei dettaglianti di New York, il grosso dell’aumento viene dai beni di lusso: gioielli ed elettronica scompaiono subito dagli scaffali. Ergo, se la classe media o medio-bassa (fino ai 40.000 dollari di reddito annuo) deve tirare la cinghia, i miliardari (25% in più dell’anno scorso) spendono senza preoccupazioni e tengono alte le statistiche.
La mazzata è in programma per l’anno prossimo, però. Col debito nazionale più alto nella storia del paese, i risparmi quasi a zero e il prodotto interno lordo legato a crescite modestissime, si prevede un calo vertiginoso degli acquisti. E allora saranno solo i milionari (sempre pochi, rispetto al totale della popolazione) a potersi permettere natalissimi e altro.
Stupisce e spaventa non poco il cambio repentino, dal lusso alla miseria in un anno. La ricchezza della società diventa penuria diffusa, con qualche rara isola fortunata che forse continuerà, almeno in apparenza, a tenere alte le statistiche. E allora ci si chiede se non sia da sprovveduti — da cicale d’estate – affidare la crescita economica solo ai consumi di lusso, a tutto quello che, in sostanza, ci serve a poco o a nulla. Anche perché — lo sapeva anche La Fontaine — Natale viene d’inverno.

Andrea Malaguti

Buon pomeriggio, nemici sportivi

Data: Giovedì, 18 ottobre 2007 alle 12:06:26 CEST
Argomento: Attualità
Stando al radiogiornale del mattino della National Public Radio di New York (WYNC), il direttore del Centro di Atletica della Princeton University, Gary Walters, ha dichiarato ingiusto il minor prestigio accademico dello sport rispetto al teatro, alla musica e alla letteratura, richiede quindi che anche alle discipline sportive sia riconosciuto un valore accademico.
Tanti anni fa, passando per la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, mi ricordo lo spregio di una studentessa per un suo collega un po’ facilone: “Si è laureato in football”. Oggi il direttore del Centro di Atletica della Princeton University, Gary Walters, chiede che ai migliori atleti delle università venga concesso di laurearsi in una disciplina sportiva. Se un musicista può laurearsi in musica e un giovane attore o regista in discipline dello spettacolo (per inciso: non ho mai avuto in simpatia il DAMS) perché un atleta non può laurearsi in football?
Le università americane sono strane: ci si può veramente laureare in tutto (ed è un problema), e visto che si inizia un anno prima e che, come ho già detto, le scuole superiori sono pessime, nelle istituzioni più importanti si passa almeno un anno a recuperare sul fronte della cultura generale. Se c’è però qualcosa che non manca proprio è il prestigio dello sport. Al contrario, agli atleti più promettenti vengono concesse borse di studio molto generose e sino a poco tempo fa addirittura sconti sulla preparazione agli esami; poi è scoppiato lo scandalo. Perché? Perché le università lucravano abbondantemente coi diritti televisivi sulle partite di football o di pallacanestro e sulle gare sportive.
Inoltre, nei campionati universitari gli atleti si segnalano alle grosse società sportive e quando terminano gli studi, di solito attorno ai ventun anni, firmano contratti da professionisti per mai meno di centomila dollari all’anno, più dello stipendio medio dei loro insegnanti. Non sorprende allora che il professore di letteratura inglese della Indiana University, peraltro ex-atleta, che anni fa scese in campo denunciando la mancata preparazione accademica degli atleti rischiasse il licenziamento in tronco: la vera paura dell’amministrazione centrale non erano gli studenti ignoranti, ma la perdita dei diritti televisivi.
Altro lamento ipocrita degli sportivi americani è che lo sport perda prestigio rispetto alle arti perché viene considerato mera competizione. Prego? Chi non conosce la barzelletta dei quattro attori per avvitare la lampadina, uno in cima alla scala e gli altri tre che protestano perché non sono stati scelti? Far carriera nelle arti in America comporta trasferirsi a New York (già Chicago e San Francisco sono periferia), fare gavetta per anni, mal pagati (e quindi vivere nelle peggiori topaie di Manhattan) e senza la minima garanzia non dico di gran successo, ma di semplice riuscita. Non ci sono minor leagues per gli attori o gli artisti in America: o sfondi o finisci nel ghetto dei frustrati (dei losers, degli sfigati: di quelli che si son tirati addosso il rifiuto della società ed è colpa loro). Al contrario, lo sport agonistico allena al gioco di squadra e alla competizione, ad allearsi coi compagni e a sconfiggere gli altri, che è poi il destino di una vita: saper scegliere con chi allearsi e chi mettersi contro per il proprio vantaggio. E allora perché non promuoverlo a disciplina di laurea, visto che un giorno servirà a far carriera? Buon pomeriggio, nemici sportivi.

Andrea Malaguti

E qualcuno ancora si meraviglia che non si riesca a formare una nazionale italiana di pallacanestro perché non appena qualcuno emerge scappa in America?

Impressioni dell’undici settembre

Data: Sabato, 13 settembre 2003 alle 08:01:00 CEST
Argomento: Attualità
Non so se la storia si ripeta, per il poco che ho visto, spero di no. Le date però si ripetono ogni anno e non si possono evitare, specie quando ti ricordano un po’ della storia che ti è capitata sotto gli occhi…
Non so se la storia si ripeta, per il poco che ho visto, spero di no. Le date però si ripetono ogni anno e non si possono evitare, specie quando ti ricordano un po’ della storia che ti è capitata sotto gli occhi. Alle otto e quarantacinque di due anni fa stavo compulsando il dodicesimo libro dell’Iliade per insegnarlo alle undici. Poco dopo mi telefonò mio fratello chiedendomi notizie. “Non hai ascoltato la radio?” “Sì, stamane alle sei; ora sono le nove e tre quarti…” Mi accostai alla finestra e a sud, dietro i palazzoni vicino al porto, c’era un’enorme nuvola di fumo nerastro. Stamane ero seduto allo stesso tavolo e compulsavo una tesi di dottorato. Avevo tenuto accesa la radio a colazione: non ci sarebbero stati né Bush né Cheney alle funzioni commemorative, non c’erano allarmi di nessun colore. Parlano invece i familiari delle vittime, che finalmente si decidevano a confessare il loro disagio alle agenzie speciali di recupero psicoterapeutico, dopo due anni riuscivano a confessare la loro solitudine e a viverla fino in fondo. Una di queste agenzie era stata fondata da un sopravvissuto agli attacchi che in seguito aveva lasciato il lavoro: un agente di commercio, che di fronte alle macerie e ai morti aveva preferito non continuare a vendere altrove, ma prendersi cura di chi gli stava attorno, degli altri sopravvissuti, dei traumi e della loro solitudine. E allora ecco gli utenti al microfono, che ormai hanno formato i loro gruppi di amici che si sostengono a vicenda e si ritrovano in casa, in riva al fiume o al parco a passare la domenica o allo stadio a vedere gli Yankees giocare a baseball. (“Where have you gone, Joe DiMaggio, this nation turns its lonely eyes to you…”) Un minuto di silenzio per ricordare i morti mentre si sentono alla radio i rintocchi delle campane; mi lascio commuovere anch’io, mi sembra giusto.
La giornata continua: la tesi, la discussione, la cena coi colleghi da Mezzogiorno, un ristorante downtown con un padrone colto e simpatico, le pareti fitte di opere d’arte contemporanea e i soffitti tappezzati da gigantografie di paragrafi dai diari del Pontormo (era un ritrovo di galleristi). Quando usciamo è notte e nel cielo di New York si stagliano due enormi fasci di luce bianchi, quasi paralleli, che convergono in una macchia grigia sulla volta delle nuvole di settembre. “Avrebbero dovuto lasciarlo sempre per ricordare”, commenta Vittorio, il padrone di Mezzogiorno; sono d’accordo e lo dico. Il mio collega D’Acierno ci da un passaggio in decappottabile col tettuccio abbassato; fa un po’ freddo, ma è bello vedere gli alberi e le case di Sullivan Street. Dietro due isolati scorgiamo la batteria di fari puntati al cielo che mandano i fasci di luce; corro il rischio di lasciarmi commuovere, ma sono in pubblico e in macchina. Poi, appena svoltato l’angolo, appare Ground Zero: è ancora un enorme cratere illuminato, dove non si sa ancora bene cosa crescerà. Mi alzo in piedi e guardo e forse riesco a commuovermi, visto che in macchina stanno tutti seduti e non mi vede nessuno. Poi ci allontaniamo, ma dal tetto aperto si vedono sempre le due colonne bianche di luce che ci perseguitano a ogni angolo; bisogna ricordare, ricordare per non ripetere, perché la storia non si ripeta più.
Vorrei portare con me in ogni angolo del mondo l’immagine delle due colonne bianche di luce. Ci crediamo tanto solidi e invece siamo così fragili, così pronti a svanire in un fascio di energia, e duriamo sempre troppo poco. Allora conviene stare bene insieme quanto si può, al lavoro e a casa, al cinema e allo stadio. Ne sono morti tremila nelle Torri Gemelle, ai sei miliardi e novecento novantanove milioni e novecento novantasette mila di sopravvissuti l’augurio di star bene e di saper convergere tranquilli in un punto anche infinito del cielo, come le colonne commemorative di stasera, che ti seguono dovunque tu vada, come una festa mobile.

Andrea Malaguti

Ma va a farti visitare in India…

Data: Lunedì, 03 settembre 2007 alle 18:26:33 CEST
Argomento: Lavoro
L’economista Ethan Capstain avverte che in futuro il lavoro nei servizi potrebbe venire delocalizzato, come già accade coi servizi sanitari, coi call center e con la ragioneria.
New York, 3 settembre 2007. Mentre gli americani festeggiano Labor Day, lala festa del lavoro che cade ogni primo lunedì di settembre e segna la fine dell’estate, la National Public Radio trasmette un’intervista interessante a Ethan Capstain, economista in stanza a Parigi. Secondo Capstain, i servizi sono destinati a subire in pochi anni la stessa delocalizzazione dell’industria manifatturiera. Già si assiste al cosiddetto “turismo medico”: tanti americani si recano in India per curarsi e farsi operare da equipe mediche di alto livello a costi di gran lunga inferiori rispetto a quelli degli Stati Uniti (“Sicko” docet). Io stesso mi sono trovato ad aspettare una settimana il responso di una radiografia a una piccola frattura al piede destro perché, mi venne detto, la radiografia era stata inviata in India. Lo stesso giorno dell’esito, un dipendente del centro medico mi disse di aver perso il lavoro da programmatore informatico dopo dieci anni di attività proprio perché l’intera industria del software era stata spostata in India (ci saranno andati anche i miei studenti di allora, che sognavano di far soldi a palate coi programmi al computer?).
Lo stipendio dignitoso che fino a ieri si poteva ottenere lavorando con costanza e dedizione oggi è soggetto di contesa: in India e in Cina c’è la fila di gente pronta a rimpiazzarti a un decimo del prezzo e con l’informatica e l’inglese (due delle “i” di Berlusconi) si mandano le informazioni in un attimo e in un altro attimo si ricevono. Il futuro: si entra in day hospital a Bondeno, l’infermiere si mette al computer e trasmette i dati al medico di guardia di Madras, pagato cinquecento dollari al mese, che comunica la diagnosi all’infermiere che agisce di conseguenza. E diventata una grande impresa (la terza “i” di Berlusconi).
Ciò che può salvare il lavoro agli americani, dice Capstain, è la produttività. Bisogna quindi aggiornarsi di continuo per essere competitivi e produrre di più. Ma cosa vuoi dire? Curare più malati? Curarli meglio? Curarne tanti, ma peggio? Curarne tantissimi scegliendo con cura chi curar bene per far bella figura e chi curar male per risparmiare tempo e denaro? E a chi vanno il tempo e il denaro risparmiati? Capstain non è chiaro (ci mancherebbe). L’unica vera novità certa è che la festa di oggi, Labor Day, potrebbe non corrispondere al lavoro di domani.

Andrea Malaguti

Oggi è chiaro che si vogliono retribuire i dirigenti (1%) e lasciare al loro destino il restante 99%

Black-out


Black out a New York: il giorno dopo…
Data: Domenica, 17 agosto 2003 alle 21:01:36 CEST
Argomento: Attualità

Ad Harlem, dove abito da due anni, la corrente elettrica è tornata alle sette del mattino; così, appena messo il caffè sul fuoco, ho acceso la radio. La Lower East Side (vicino a Chinatown, per intenderci) era ancora al buio. A Brooklyn la rete elettrica è tornata in funzione solo alle sei e mezzo del pomeriggio. Wall Street aveva un generatore di emergenza, pare, come quasi tutti gli ospedali. Il sindaco aveva dichiarato lo stato di emergenza, visto che la metropolitana sarebbe entrata in servizio non prima di otto ore dopo il pieno ripristino della corrente a causa dei controlli necessari. Le assenze dal lavoro erano giustificate e la gente ha preso un venerdì di festa al parco o al caffè.
Meno bene si sono trovati i pendolari bloccati a New York, che hanno passato la notte sugli scaloni degli edifici di fronte alla Grand Central Station (quella de “Gli intoccabili”) o sulle panchine dei parchetti lì vicino o addirittura sul pavimento dell’atrio della stazione, come dignitosissimi barboni occasionali. Il mattino dopo hanno dovuto aspettare ore, di fronte al tabellone, prima che almeno un’automotrice o un autobus li portasse fuori dall’isola di Manhattan.
Chi invece era tranquillo a casa ha pensato bene di fare a meno del condizionatore per almeno qualche ora, tanto per dare alla rete elettrica un po’ di respiro. Chi invece ha acceso il televisore e ha seguito i telegiornali ha imparato come svuotare il frigo dal cibo avariato: via il latte, i formaggi molli, le uova e la carne senza nemmeno pensarci; frutta, verdura e formaggi duri (onore al Grana Padano!) si tengono anche otto ore, ma non di più. (Io avevo il frigo vuoto e la dispensa piena di ceci, piselli e fagioli in scatola.)
Tutto è ritornato normale, salvo un brutto guasto all’impianto gigantesco di smaltimento scarichi urbani sull’Hudson, vicino a casa mia: è fermo da tre giorni, sommerso da quindici metri d’acqua smaltiti al ritmo di uno e mezzo al giorno. Chissà cosa entra nel fiume e cosa finisce sulle spiagge… Comunque, la gente lo sa. E poi, sul lungomare di Coney Island e di Brighton Beach, basta anche guardare il passeggio dei russi in abito da pomeriggio, la gente che c’è, il sole che splende più forte, il frastuono del mondo cos’è; anche perché la vita, all’epoca nostra, sembra fatta di poche ore.
Testo originale: Andrea Malaguti.

Una corrispondenza da New York

Senza luce e senza panico
Data: Sabato, 16 agosto 2003 alle 19:17:48 CEST
Argomento: Attualità
Anche bondeno.com ha avuto, all’inizio, un corrispondente da New York: Andrea Malaguti
Carissimi, Siamo rimasti al buio circa quindici ore, dalle cinque di ieri pomeriggio alle sette di stamattina. Immaginati Manhattan, che senza elettricità’ non riesce a vivere. Da quando ci sono gli ascensori, le scale sono sempre meno agibili anche se devi arrivare al quinto piano; figuratevi il sottoscritto che sta al ventunesimo! Mi sono accorto del black-out quando ho visto il computer spento e non ho potuto riaccenderlo. … Cosi’ mi accorsi di avere in casa solo una candela, bella grossa e avvolta da un tubo di vetro. Scesi i miei ventun piani per comprarne un’altra, ma appena in strada mi avvidi che il 99c store dove le vendevano aveva già’ chiuso da un pezzo, cosi’ come quasi tutti i negozi li’ attorno: saracinesche e spranghe, tanto per scongiurare i vandalismi del 1979. Il negozietto dei cubani dov’ero sceso a vedere il crollo delle torri la mattina dell’undici settembre teneva aperto anche al buio, ma faceva entrare solo una persona alla volta; tanto ci conoscevano, eravamo tutti del vicinato. Dei due bar-ristoranti, uno era chiuso, coi camerieri seduti davanti alla porta, e l’altro teneva aperto per dar fondo alla birra e ai beveroni freddi prolungando la happy hour. Finisco un’altra volta: il computer ha delle storie. I bar, dicevo, prolungavano la happy hour e svendevano birra fredda e frozen marguaritas che in realta’ erano appena freschetti. Visto che non si poteva generare l’elettricità’ comunque, tanto valeva farsi un drink. E l’apocalisse di fuoco? Si’, buonanotte… dopo l’undici settembre, hai voglia… Già’: visto che si Mi sono accorto del black-out quando ho visto il computer spento e non ho potuto riaccenderlo. … Cosi’ mi accorsi di avere in casa solo una candela, bella grossa e avvolta da un tubo di vetro. Scesi i miei ventun piani per comprarne un’altra, ma appena in strada mi avvidi che il 99c store dove le vendevano aveva già’ chiuso da un pezzo, cosi’ come quasi tutti i negozi li’ attorno: saracinesche e spranghe, tanto per scongiurare i vandalismi del 1979. Il negozietto dei cubani dov’ero sceso a vedere il crollo delle torri la mattina dell’undici settembre teneva aperto anche al buio, ma faceva entrare solo una persona alla volta, tanto ci conoscevano, eravamo tutti del vicinato. Dei due bar-ristoranti, uno era chiuso, coi camerieri seduti davanti alla porta, e l’altro teneva aperto per dar fondo alla birra e ai beveroni freddi prolungando la happy hour. Finisco un’altra volta: il computer ha delle storie. I bar, dicevo, prolungavano la happy hour e svendevano birra fredda e frozen marguaritas che in realta’ erano appena freschetti. Visto che non si poteva generare l’elettricità’ comunque, tanto valeva farsi un drink. E l’apocalisse di fuoco? Si’, buonanotte… dopo l’undici settembre, hai voglia… Già’: visto che si trattava solo di un po’ di buio e di candele, i newyorkesi se la sono presa comoda. Hanno acceso le due candele o le due torce elettriche che avevano in casa e si sono messi quieti in casa, anche se, come me, hanno dovuto fare un bel po’ di scale. Chi si e’ trovato in metro1 o in ascensore ha aspettato con relativa tranquillità’ le squadre di soccorso, che si sono veramente date da fare. Gli altri hanno scarpinato fino a casa o hanno preso un tassi’. Intanto e’ arrivato il tramonto verso le sette e tre quarti, quando tutti più’ o meno erano a tavola (a casa, naturalmente, coi ristoranti chiusi). Il più’ e’ stato trovarsi col frigo spento e, dopo qualche ora, senz’acqua dai rubinetti. Al primo s’è’ risolto con una cena improvvisata: la vicina m’ha invitato a mangiare la seconda bistecca che aveva in frigo e io l’ho ricompensata con un contorno di melanzane che avevo da ieri. Per l’acqua, ne avevo già’ spillati sei litri in tre bottiglie di plastica da cocacola; le ho ancora sopra il frigo. C’è’ buon senso a tutto, come diceva quel tale.

dall’archivio di bondeno.com