Dasfar al maial

Quell’ammasso di grugniti e carne, il porco, che sciaguattava in un recinto basso di pietra, tra piscio e fanga, il nino, come lo si chiamava fra di noi, ancora bambini a ogni effetto, setoloso e lutulento, placava la sua unica aspirazione, masticare e ingoiare, in un freddo mattino d’autunno. L’alba caliginosa attutiva il grido, umano e straziante, dell’esecuzione. L’acqua bollente, i ganci, il sangue fumante, la pulitura delle setole. Lì non v’erano scarti. Agiva, in quelle menti e in quelle mani, un’industriosità raffinata nei secoli, ignorata la colpa; era lo spreco, invece, a coincidere col peccato. Carne, sangue, ossa venivano razionalizzati dall’istinto della fame, pur in assenza di fame, poiché le ansie ancestrali per il cibo furono gradatamente sublimate in una crudele fordizzazione; poiché fu la fame, in ogni tempo, a formare psicologicamente l’uso del coltello e a sobillare la produzione metodica e spietata di sanguinacci, salsicce e spallette. Unica concessione alla frivolezza: la vescica del porco, gonfiata sin alla grandezza d’un pallone per i giochi degl’infanti.

https://alcesteilblog.blogspot.com/2019/09/il-sacrificio-della-patria-nostra-e.html

A casa mia il maiale veniva portato dall’allevamento il sabato e i macellai procedevano all’operazione; il tutto veniva venduto in negozio (anni ’50 circa)

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