Ti racconto di noi

marchetti

IL MIO PRIMO VERO APPROCCIO ETNICO
Era ormai giunto il 1996, in quel di Parma, arrivato da Piacenza un anno prima, per una necessità aziendale che mi permise di vivere in pieno centro città. Vivevo in una villa a più piani, ricercata presso un’agenzia immobiliare che, appresi solo dopo, portava nella sua pubblicità il detto “solo abitazioni di prestigio”.
In effetti il proprietario dell’immobile, noto industriale della città, conosciuto per stretti rapporti di lavoro con l’azienda per cui lavoravo, mi aveva indirizzato alla moglie. Questa, una vecchia o aristocratica signora, apparentemente poco nobile ma legata al denaro, fece mari e monti e convinse il mio capo del personale ad accettare quell’affitto, che già allora ritenevo scandaloso, ma tanti che sembrava essere una delle poche decenti opportunità offerte in quella bella città, in quel periodo, salvo adattarsi in locali periferici ed indecorosi. Quella casa con parco, in pieno centro città, era cosi allettante che accettai volentieri.
Un bel giorno l’anziana proprietaria mi avvisa per telefono che nella mansarda al piano più alto, sarebbe giunta una giovane coppia di nigeriani, con un figlioletto nato da pochi mesi. Mi sentii tranquillo solo perché tra la mansarda ed il nostro appartamento viveva una copia di giovani ingegneri belgi, poco rumorosi, e quindi avrebbero attutito eventuali rumori provenienti dalla parte superiore. Conoscemmo presto quella etnica famigliola nigeriana, sembravano gente benestante, lui con grosse catene d’oro al collo e lei vistosi anelli a bracciali ed un bellissimo bambino di pochi mesi. Quella famiglia ci dava l’idea di un certo benessere che ci tranquillizzò, fino al primo giorno in cui, portando la spazzatura lungo le scale, persero la nostra fiducia lasciandosi un percorso di grasso ed unto che ne individuava la provenienza. Quelle gocce di grasso si infiltrarono rovinando immediatamente quel bel marmo di granito che ricopriva tutta la parte comune.
Dopo qualche settimana però cominciammo a notare un andirivieni di belle e giovani ragazze, che salivano furtivamente verso la mansarda che diventò a breve un punto di raccolta di queste giovani ragazze – ne stimammo circa una ventina – che partivano verso sera per la stazione e ritornavano nella abitazione di primo mattino, appena dopo le 5 o le 6. Fu semplice comprendere sia il ruolo della coppia, soprattutto della corpulenta signora e il lavoro delle giovani ragazze, che però tollerammo in quanto non ci arrecavano nessuna molestia e rimanevano sempre molto riservate. Finché una domenica mattina, dopo qualche settimana di convivenza apparentemente tranquilla, una voce urlata ci arrivò dalla , mansarda, a cui seguì il sovrapporsi di altra voce, in un crescendo « che in breve degenerò in urla che si sovrapponevano tra loro, finché  una delle due voci mutò in un suono gutturale strozzato, proprio
mentre la scena pareva spostarsi dalla mansarda verso le scale.  Noi inquilini, poco avvezzi alle grida ed ai litigi, uscimmo di : casa rimanendo basiti dalla quella deplorevole scena di due donne, j urlanti a squarciagola, che ruzzolavano per le scale, una trattenuta  per il collo dall’altra, che seppur senz’aria, emetteva un suono strozzato spaventoso. Rientrato nell’abitazione, ovviamente scosso ed  impressionato nel timore che lo scontro sfociasse in un omicidio,

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