Casa e/o lavoro?

Data: Sabato, 08 marzo 2008 alle 16:49:35 CET Argomento: Attualità
Di fatto, il sogno americano è di casa anche da noi da molto prima dello sbarco a Gela delle truppe alleate. Già negli anni trenta si cantava: “Se potessi avere mille lire al mese…” da investire in tante maniere, compresa “una casettina in periferia”. E infatti, negli anni più prosperi, per le famiglie italiane la casa di proprietà è stata un investimento sicuro e a lungo termine, spesso passata di generazione in generazione. Questo, però, in Italia. Negli USA, dopo che in questi ultimi anni la percentuale dei proprietari di case è venuta crescendo del dieci per-cento, ci si chiede (in maniera un po’ pedestre) se avere una casa non sia un ostacolo alla mobilità economica.
Negli Stati Uniti, dal 1994 al 2005 sono stati in tanti a investire in immobili, soprattutto case, spesso accendendo mutui rompicollo, visto che sull’onda della ripresa economica dell’era Clinton (dovuta soprattutto al boom informatico, però) la percentuale richiesta come caparra si è ribassata dal diciotto per cento degli anni settanta e ottanta al due per cento in media (cosa non fa fare l’ottimismo…). Per il resto si ricorreva alle banche, fino a poco fa, e tutti erano contenti: le banche, perché vendevano soldi e sapevano di poterseli far pagare, e i contraenti perché contavano sulla crescita continua del valore dell’immobile, come era normale da sempre (negli anni ottanta molti si sono arricchiti con la compravendita di appartamenti, speculando sui prezzi). Ora, però, il mercato immobiliare è in stallo (come prevedibile), ma gli interessi bancari no; quindi sono in tanti a trovarsi a dover più soldi alle banche di quanti non ne valga la loro casa. Vendendola, perderebbero la casa senza liberarsi dei debiti.
La casa di proprietà è talmente cara agli americani che ogni candidato alla presidenza ne fa un cardine essenziale della campagna elettorale. In effetti, è una forma di risparmio (se proporzionata al reddito reale) e un motivo di investimento nel territorio, nel quartiere e nella comunità locale. Certo, è anche un motivo di stanzialità. Quando ci si è rotti il collo per quattro mura, contraendo debiti che non si sa bene quando si finirà di pagare e che casomai le quattro mura stesse potrebbero non valere più sul mercato, l’ultima cosa che viene in mente è fare le valigie e spostarsi altrove. Ma se si perde il posto di lavoro e il posto futuro è in un altro stato? Tengo la casa o prendo il posto di lavoro? Se tengo la casa, trovo un altro posto qui? A quale stipendio? Mi permetterà di estinguere il debito (e quando)? Se prendo il lavoro e lascio la casa, a quanto riesco a venderla? Quanto mi resta da pagare? Quanto mi costerà vivere nel nuovo stato? Perché se costa poco, è molto probabile che sia basso anche lo stipendio e che, al netto di cibo e affitto e vestiario, i soldi da destinare al vecchio mutuo da estinguere siano pochi… Perciò non a caso gli stati col tasso di disoccupazione più alto (Alabama, Mississippi, Michigan) sono anche quelli a più alta percentuale di proprietari di case. Dopo tanti sacrifici, meglio restare senza lavoro e difendere coi denti la “Home Sweet Home”, come fosse Fort Knox.
Le valutazioni di James Surowiecki (“Home Economics”, The New Yorker, March 10, 2008), da cui ho tratto gran parte delle informazioni, conclude dicendo che è ora di riflettere se in questi tempi il prezzo della casa di proprietà, per l’acquirente comune e per l’economia generale che perde in mobilità, potrebbe essere troppo alto. Da noi, dove certi rischi ancora non ci sono, potrebbe essere un campanello d’allarme per il futuro. Cosa deve valere per noi oggi avere una casa o potersela permettere? Quale valore deve avere la nostra appartenenza a un luogo, a un quartiere, a una città, rispetto alla mobilità dell’economia? Sono domande serie, che guideranno le nostre scelte di vita in futuro.

Andrea Malaguti

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