Il 4 luglio e Pierangelo Bertoli

Data: Martedì, 04 luglio 2006 alle 19:01:50 CEST
Argomento: Cronache di ieri
Durante la festa della Dichiarazione d’Indipendenza americana si ricorda un cantautore emiliano vicino al rock-folk americano morto a soli cinquantanove anni nel 2002.
All’epoca in cui mi impegnavo a non sembrare comunista (era il 1979 ed ero al liceo) era venuto a cantare al Festival dell’Unità di Bondeno un cantautore sinceramente comunista che io, manco a dirlo, guardavo con diffidenza. Era Pierangelo Bertoli (www.bertolifansclub.org), all’epoca trentasettenne, sassuolese e paraplegico, che aveva appena inciso il suo album “A muso duro”. Non conoscevo tutte le sue canzoni, ma solo “Eppure soffia” (sui disastri dell’ambiente), “Rosso colore” (sull’emigrazione italiana all’estero) e “II pescatore” (sulla tentazione del tradimento). Come musica, mi sembrava un folk-rock di seconda mano (io mi esercitavo su Dylan). Poi, a quindici anni mi facevo imbarazzare facilmente dai suoi accenti forti e decisi e, anche nelle canzoni in cui mi ritrovavo di più, come “Eppure soffia”, sentivo una nostalgia per l’autoritarismo maschile del mondo contadino che a me che volevo essere moderno (e femminista!) a ogni costo poco garbava.
A tutt’oggi la nostalgia dell’autoritarismo rurale rimane a dir poco ridicola (e forse era più che altro una mia impressione). Riascoltando Bertoli dagli Stati Uniti e in altra età mi rendo invece conto della sua operazione culturale in sé molto raffinata. Bertoli stava cercando di rimodernare la tradizione emiliana (oramai non si poteva più contare su Giuseppe Verdi) e di usare i modi del folk americano, sempre più diffusi, per avvicinare i giovani ai temi più importanti del momento, dall’ambiente all’aborto (“Certi momenti”), non trascurando la loro ricaduta sui disagi della vita privata, che raccontava con schiettezza e sincerità. Era un po’ il nostro Bruce Springsteen, col quale aveva in comune, tra le tante cose, il retroterra operaio di provincia (Springsteen era figlio di padre irlandese e madre italiana, entrambi operai nel New Jersey) e, come lui, raccontava l’amarezza di chi si sente tradito dalla società in cui vive (“Born in thè USA”).
Oggi, nel duecentotrentesimo compleanno degli Stati Uniti, mi piace ricordare Pierangelo Bertoli e capisco che dietro il suo affrontare la vita “a muso duro” c’era coraggio e onestà (e una certa timidezza: “e vorrei dirti ‘ciao, come stai? Come sei bella stasera…”). Bertoli aveva capito che nella cultura americana c’era (e c’è) la difesa dell’espansione capitalista armata ad oltranza, ma anche la sua più aspra contestazione: c’è John Bolton (il contestato ambasciatore americano all’ONU, cf. “Psicopatico, ma non troppo”) ma anche Kurt Vonnegut (“Mattatoio n. 5”). La differenza, penso io, e che seguendo Bolton rischiamo di omologarci, mentre leggendo Vonnegut riusciamo a riflettere e quindi a conservare la nostra identità e a trovare le nostre più autentiche soluzioni ai nostri problemi (e infatti Bertoli era impegnato attivamente anche in politica, sia come assessore comunale a Sassuolo sia come protagonista di iniziative di solidarietà e beneficenza).
E allora buon 4 luglio alla memoria di Pierangelo Bertoli, che aveva saputo capire il meglio dell’America e, senza americanismi, restò fermo dov’era facendoci riflettere con urgenza sulla realtà di oggi. Di fronte ai furbetti del quartierino, alle caserme della libertà dove non cercare solo il proprio porco interesse è da coglioni’ (parola di ex-primo ministro) e alle casate reali dei biscazzieri e delle vallette facili, ben venga il muso duro di Bertoli: sarà la nostra dichiarazione d’indipendenza.

Andrea Malaguti

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